LA MUSICA PRIMITIVA di Marius Schneider

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Schneider, Marius. La musica primitiva. Milano: Adelphi, 1992

Situata tra le tenebre e la luce del primo giorno, sul piano umano la musica si trova fra l’oscurità della vita inconscia e la chiarezza delle rappresentazioni intellettuali; appartiene dunque in gran parte al mondo del sogno.

Marius Schneider, La musica primitiva, p. 20-21.

Marius Schneider (1903-1982)
Ill. I – Cartolina di una sciamana siberiana (Altaï-KIzhi o Khakas) con un tamburo sciamanico, tratta da una foto (ca. 1908-1914) di Sergei Ivanocich Borisov, che si trova al museo di Tomsk.

Questo testo del musicologo tedesco Marius Schneider, originariamente pubblicato in francese come voce nel volume collettaneo Histoire de la musique, vol. I, edito da Gallimard nel 1960, è stato tradotto con il titolo La musica primitiva. Il titolo originale recitava, più precisamente: Le rôle de la musique dans la mythologie et les rites des civilisations non européennes. Ed effettivamente, è un ritratto – caotico e dispersivo come la materia in questione – di quale funzione avesse la musica nella cosmogonia delle civiltà antiche. Se utilizziamo la parola “musica”, lo facciamo ricordando come, nel momento del Weltgeist a cui si riferisce Schneider, non esista una chiara differenziazione tra suono e musica. La parola degli dèi, il tuono, il tamburo, la voce delle pietre: tutto ciò costituisce la musica primitiva.

Le prime pagine inaugurano il discorso della cosmogonia sonora: in tutti i miti di creazione interviene un elemento acustico. Gli stessi esseri divini sono spesso identificabili in “immagini acustiche”, essenze eteree e invisibili, che divengono figure solo al momento di una decadenza. Nei primi attimi di vita del cosmo, “la musica è la sola realtà”. Tramite il canto, gli dèi estromettono materia: creano. Questo è il processo che Schneider chiama “sacrificio sonoro”: si tratta di uno sforzo, un movimento, tramite il quale avviene il trasferimento delle forze. Tutto quello che gli dèi fanno, è fatto tramite recitazione cantata. Il canto è il dio, è cioè il trasferimento della sua forza nel mondo. Ma, una volta creato il mondo e gli uomini, sono questi a sacrificarsi per gli dèi, evocandone i poteri. Essendo, il canto, la loro fonte di nutrimento oltre che la loro essenza, gli dèi non possono ignorare i sacrifici sonori degli uomini; la musica è, in tal modo, l’unico espediente certo in grado di ricongiungere i due poli – cielo e terra.

All’uomo è stato affidato il compito di salvaguardare le specie viventi. Nel rituale del sacrificio sonoro, l’uomo si sostituisce al dio: imitando il suono originario delle cose – e degli esseri – egli diviene così in grado di ri-animarle. Possedere il suono (il nome) di un ente permette quindi di controllarne il destino.

La radice, la potenza e la forma di tutte le cose esistenti sono costituite dalla loro voce e dal nome che portano, perché tutti gli esseri non esistono se non in virtù del solo fatto di essere stati chiamati per nome (Schneider, 1992: 17).

Un continuo scambio tra i due mondi è possibile solo grazie al canto e, precisamente, grazie al fatto che i rituali cercano di realizzare – di captare, dovremmo forse dire – una traccia del canto primigenio, il canto degli dèi quando crearono tutte le cose. Il mago, nelle società tribali, è così fornito di uno strumento risonatore, un arnese tramite il quale egli prolunga il suono divino in terra. Tramite questo oggetto, è in grado di riprodurre i suoni – con la “voce intonata” – delle cose che lo circondano: dagli alberi, alle rocce, fino agli animali stessi. Il mago-sciamano è quindi un essere fuori dall’ordinario, che per tali ragioni è sottoposto ad un cammino iniziatico assai duro, al fine di poter entrare in quello stato di trance tramite il quale è possibile comunicare con gli spiriti.

Per mezzo della voce intonata, il mago riesce dunque a risvegliare gli dèi e gli spiriti che animano gli oggetti e a identificarsi a loro. Una volta che le sostanze degli spiriti evocati siano penetrati nel suo corpo, il mago cerca, facendole parlare con la bocca, di imporre loro la sua volontà inserendo il grido-sostanza in una canzone che, per mezzo delle parole, imprima a quella forza la direzione desiderata (Schneider, 1992: 69).

E, in questo sguardo animistico, anche lo stesso strumento musicale è impregnato di forze, richiamando l’atto cosmogonico degli dèi. Tra tutti gli strumenti, spicca il tamburo (Ill. I): costruito con un legno puro, esso rappresenta il fulmine e il tuono e, in alcune civiltà (India) esso è venerato come un vero e proprio dio.

Il basso continuo di queste pagine è il fatto che l’essenza dell’uomo è acustica. Così, le Upanisad dicono che solo “colui che ha l’udito come regno” è un vero saggio. Il mondo magico (il mito) cede, tuttavia, spazio al mondo religioso, in cui la musica non è più l’essenza dell’equilibrio tra cielo e terra, ma diviene una mera tecnica da padroneggiare per poter imitare la natura.

Artin Bassiri Tabrizi
Artin Bassiri Tabrizi

Artin Bassiri Tabrizi (1992) è dottorando in filosofia delle arti visuali all’Università di Strasburgo (ACCRA). Ha ottenuto un Master in “Arts et Langages” all’EHESS di Parigi. Si è diplomato in pianoforte al Conservatorio F. Morlacchi di Perugia. Le sue ricerche vertono sull’estetica, la psicanalisi e la fenomenologia della musica. Attualmente, insegna filosofia in un liceo parigino. Collabora per le seguenti riviste: Gli Spietati, Quinte Parallele, Teatro e Critica.

e-mail: artin.bassiri-tabrizi2@etu.unistra.fr

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